Prossimità universale

Consideriamo qui la prossimità, come l’accostarsi alla cosa così com’è, che chiamiamo verità-realtà, per noi sola traccia tangibile dell’esperienza (realtà visibile e realtà invisibile ).
Come accostarsi nel tempo la prossimità è trepidante attesa, mentre nello spazio diviene vicinanza, ma che sempre rispetta l’identità di ogni essere, quale entità distinguibile da tutte le altre, pur essendone correlata.
La prossimità diviene così la vicinanza di ogni irripetibilità creaturale ad ogni irripetibilità creaturale, e stabilisce tra loro un rapporto di fratellanza.
Prossimo è anche quel passato che si svolge fino al presente, che lo informa ancora, che rimane.
Quindi se l’accostarsi è avvicinarsi senza sovrapporsi o fondersi, questo è ciò che ci permette la giusta relazione che non è mai assimilativa, ma invece dovrebbe essere integrativa.
Ricordiamo che assimilare significa rendere simile, mentre integrare è unificare uno o più elementi che rimangono tali e distinguibili all’interno del contesto.
Ma quando la differenza scompare a cosa ci troviamo di fronte?
Mentre meditiamo ad esempio ci viene detto che le differenze svaniscono, e ci troviamo di fronte allora alla non-differenza, ma questo cosa vuol dire?
Forse ciò che scorgiamo è l’indifferenziato, come quello che sta prima, che non ha ancora subito un processo di differenziazione, ma non assomiglia troppo tutto questo all’ ignoranza?
E se invece si trattasse di indifferenza, come di non partecipazione, apatia, allora meditare non sarebbe molto diverso dallo sperimentare quella condizione dove l’uguale è il senza alcuna differenza ,come nell’indolenza omissiva,
ma dunque meditare non assomiglierebbe troppo a quell’inazione che non sceglie che oggi si chiama depressione?
Tutto questo non è paradossale , meditare per liberarsi dal dolore come gabbia dell’esistenza per divenire poi apatici. togliendoci dalla sensibilità della vita…ma allora forse meditare non è questo, forse ci stiamo sbagliando!
Torniamo un attimo alla prossimità, e ci accorgiamo che essa ha a che fare col particolare che non si sovrappone completamente all’esperienza in quanto ne coglie una parte , e un parte gli sfugge verso l’infinito, l’indeterminato, l’interminato, che comprende l’esperienza ma ne va oltre spostando costantemente il termine.
Nella meditazione siamo di fronte a questo aspetto dell’indeterminato, come apertura dello spazio e dell’infinito come squarcio nel tempo da cui filtra l’eterno, come sintesi della pratica che risveglia altro,
intuizione che partecipa al tutto che sa qualcosa di quel tutto, che comprende che esistono infinite possibilità distinte tra loro che riguardano l’esserci dell’ente determinato che noi siamo, che ora vediamo come distinto da più elementi particolari ma non separato.
Il movimento dal particolare all’universale , dal molteplice all’uno, è nello svolgersi dell’esistenza , che non è una riduzione all’uno come uniformità, ma è lo scoprire l’unità come sintesi essenziale della molteplicità.
L’unità di cui stiamo parlando non è un concetto ma un vissuto, che comprende il particolare tenendoci lontano da ogni forzatura omologante.
Dobbiamo tenerci sempre lontano dal pericolo dell’idealismo, esso è comune all’oriente come all’occidente, e considerare che alle volte, il particolare conosce l’universale più d i quanto l’universale sa di sé stesso nella conoscenza umana.
L’universale infatti può diventare un pericoloso concetto che non sa nulla della diversità che dovrebbe contenere, come per noi che non conoscendo noi stessi tuttavia vogliamo il dominio su noi stessi!
Ma per fortuna la verità dell’esistenza è sempre irriducibile, è residuo ontologico e si sottrae a quell’universale che giova ricordarlo, nella prassi della vita è un concetto derivato non fondante a priori, altrimenti sarebbe un aspetto rappresentativo da applicare all’esperienza che ribalterebbe la realtà ponendosi al posto dell’esperienza, e quindi negandoci l’esperienza della realtà.
Ricordiamoci infine che l’ indicare al l’universale è necessario, vuol dire che possiamo trovarlo, ma al contempo questo è molto diverso dall’imporlo, e la storia ci insegna.

Dobbiamo riaccedere alle fonti, se non vogliamo solo bere dalle pozzanghere

Una riflessione sulle origini e sull’origine è sempre salutare oltre che necessaria.

“…Incipit et destinit”, come nella “quaestio” medievale che si occupava di quando e come è iniziato tutto, e di dove stiamo andando tutti.

“Origine e destino”, la stessa domanda a cui oggi cerca risposta la ricerca genetica, è una domanda filosofica e spirituale non semplicemente biologica.

Le fonti sono le risposte di chi ci ha preceduto ed ha cercato nella propria esperienza di vita una risposta. Ma la fonte è la vita, il mondo, la natura, il vuoto e il pieno che ci portiamo dentro.

Anche meditare in un certo senso è il tentativo di ritornare alle fonti, e l’uso del plurale è voluto poiché esse sono più di una, come le sorgenti di un torrente di montagna che da più rivoli convergono in un unico bacino per emergere in un unico alveo.

Dalla molteplicità all’unità, e il cammino che ci fa riconoscere l’essenziale cogliendolo all’interno della complessità. Imparando a riconoscere la somiglianza nella differenza, e la differenza nella somiglianza, intuendo che c’è una dimensione che le contiene entrambe senza separarle, che chiamiamo unità.

L’Uno della sintesi, l’uno che fa la differenza, l’uno che rimane irriducibile all’omologazione indifferente. Universalità, multiversalità.

Tornare ad essere è un viaggio verso le origini di noi stessi, che parte dal ricominciare a sentire anche se questo sentire contenesse l’esperienza del dolore. Ri-essere, come rigenerarsi nella nostra capacità di prendere e di lasciar andare, nel coraggio di affrontare la paura del nostro stato di imponderabilità davanti allo sconosciuto, per recuperare il nostro “giusto peso”.

Ri-essere, come uscita dai nostri blocchi psico-fisici, dove l’uscita dal blocco è sempre rinascita perché ogni blocco è essenzialmente paralisi, paralisi dell’anima che diviene paralisi del corpo, limitando il nostro agire e rendendoci sempre più omissivi.

Ricordiamoci che quella che oggi chiamiamo “comodità” spesso è semplice rinuncia alla fatica, indolenza progressiva: perché questa comodità indolore ci stacca dal sentire rendendoci insensibili.

Confrontarci con quella fatica che è non scegliere la via comoda ci allena alla fatica di esistere, ci riporta ad una giusta fatica: quella di essere e di esserci assumendocene la responsabilità. E l’esserci è sempre origine.


dott. Carlo Robustelli

La FISIOLOGIA ha sempre a che fare con la COSMOLOGIA

(cfr. approfondimento Una visione del mondo)

Ricordiamoci che la nostra “visione del mondo” rimane sostanzialmente un “modo di vedere” il mondo, ma è anche e soprattutto un “modo di guardare” posto all’interno di uno schema pre-concettuale reattivo rispetto all’immediatezza dell’esperienza.

Così il come vediamo noi stessi anche nella nostra corporeità, è in relazione al come ci consideriamo all’interno del contesto del mondo sociale, naturale e cosmico entro cui si manifesta la nostra esistenza.

È necessario domandarsi se tuttavia è possibile, pur considerando sempre il contesto culturale in cui avviene un’esperienza, uscire dallo schema reattivo di una visione pre-confezionata che applichiamo alla realtà. Nella pratica dello yoga si potrebbe dire che questo aspetto di ri-partenza da noi stessi rappresenti un postulato e un manifesto, e questo è: la POSSIBILITÀ DI SOSPENDERE IL PRE-GIUDIZIO NELL’ESPERIENZA.

Quindi quello che definiamo in questo contesto “cosmologia”, è piuttosto una “cosmo-visione”, che questa volta può nascere non da un sapere appreso “ontologicamente ” (dall’esterno in modo indiretto), ma constatabile all’interno dell’esperienza diretta “onticamente”, in una sorta di INTUIZIONE EIDETICA, quella visione dell’essenzialità che diviene chiara e distinta.

Parliamo di una VISIONE CHIARA, MA INTUITIVA, una visione nuova e profonda in cui siamo, in cui sentiamo. Non stiamo parlando di un’idea che sorregge come postulato una nostra nuova struttura logica – non a partire dall’astrazione, almeno – ma di una chiarezza che viene dal risveglio e pulizia sensoriale e percettiva che ci permette finalmente di “vedere” senza disturbi e di “accorgerci”: questa è la novità della pratica che ci rinnova.

Come ripeteva poeticamente Raimon Panikkar “…la via più breve per le stelle, passa per il cuore”, ed è in questo senso che parliamo di CONOSCENZA-INTUITIVA IMMEDIATA E ISTANTANEA.

Una conoscenza che annulla ogni concetto e misurazione, irripetibile e irriproducibile nelle stesse modalità in cui è avvenuta, dunque parliamo della possibilità di accedere ad una condizione esistenziale autentica, unica e ciò nonostante condivisibile.

È la dimensione della percezione che ci apre l’accesso alla possibilità di esserci “…di istante presente, in istante presente” come descrive magistralmente Patanjali negli Yoga-Sutra.

La distanza e vicinanza appartengono al nostro sentire, non sono la distanza-vicinanza oggettiva; la misura, in relazione a quello che sta fuori, è sempre dentro di noi.

Di conseguenza, ciò accade anche a livello fisiologico; il nostro “sentirci” dipende anche dal nostro “vederci “: fisiologia e fisio-visione sono in relazione diretta.

Proviamo allora ad entrare in questa nuova visione in cui la corporeità non è più solamente METAFORA MECCANICA del corpo-macchina perfetta, ma dimensione POIETICA-CREATIVA e VITALE, che si svolge di istante in istante come rinnovamento costante e rivitalizzazione, gettando una luce diversa su noi stessi e sul mondo, a partire dall’ascolto e dalla presenza del come siamo nel momento presente.

Così, questa diversa interpretazione del COME SIAMO, apre e interroga al contempo il CHI SIAMO, e qui dobbiamo fermarci e ricordare che la nostra destinazione determina sempre la direzione e il senso stesso del viaggio.


dott. Carlo Robustelli

Dall’ascolto al sentire

Tendenzialmente la nostra dimensione percettiva rimane orientata da una condizione selettiva e specifica che chiamiamo “MENTALE”; è questa facoltà che la nostra antica tradizione filosofica occidentale chiamava RAGIONE CALCOLANTE.

È quindi da questa ragione calcolante che dobbiamo partire, tenendo conto che essa giudica e separa, conosce per similitudine e opposizione, e come tale si pone pre-concettualmente e in un modo REATTIVO (in quanto non accoglie ma reagisce, non cede ma prende) rispetto ad ogni esperienza che andremo a fare.

Ciò significa che dall’esperienza viene espulso – o se preferiamo dire RIMOSSO – l’elemento o gli elementi che riteniamo non interessanti o negativi, ma in questo modo riduciamo anche inevitabilmente il campo della nostra conoscenza.

Allora per poter DIGERIRE anche questi elementi inaccettabili è prioritario allargare il CAMPO COSCIENZIALE PERCETTIVO, aprendo quel registro mentale dei nostri pregiudizi che difendono i sicuri confini della nostra ignoranza (nei sutra è AVIDIA, l’ignoranza di chi pensa già di sapere).

Fare questo è possibile? Lo yoga nell’esperienza concreta e diretta della pratica risponde di sì!

È possibile allargare il campo, lo spazio di coscienza, ma solo partendo dal mettere tra parentesi, dal sospendere, da non calare immediatamente sulla realtà il velo della rappresentazione mentale, astenendoci dal trasformare i nostri preconcetti in atteggiamenti o azioni.

È possibile a partire dall’abbandonarsi all’incertezza, invece di rimanere imbrigliati nelle trappole della dimensione della critica della realtà, che ci paralizza in un’esistenza omissiva, giustificata dalla nostra iper-analitica, che ci rende rancorosi e indifferenti al SENTIRE.

Dobbiamo incominciare a prestare ascolto, a donarci ad una presenza fiduciosa e disinteressata che rinunci ad un’utilità immediata riguardo a quello che stiamo facendo.

Poi, non escludendo, ci accorgiamo di quello che era già lì, ma che ora integriamo nella nostra comprensione; cogliamo quella dimensione di non-conflitto, di non-giudizio, di non-paragone, in cui riusciamo finalmente a sentire.

Ci caliamo così in una dimensione che non dà più così importanza all’oggetto della nostra conoscenza, al “cosa” sentiamo come definizione e non come un vissuto.

Questo terreno è quello del “modo” in cui percepiamo, dove è importante non il “cosa” ma il “come” stiamo ascoltando.

Ora stiamo ascoltando la nostra PRESENZA INTENSA E VITALE, in cui si mescolano le differenze, in cui analizzare e distinguere non è più così importante, perché siamo andati oltre, siamo arrivati alla COMPRENSIONE DEGLI OPPOSTI.

È una vertigine che proviamo sentendo i piedi per terra nella loro salda base d’appoggio che ci sostiene, sentendo la colonna vertebrale che si allunga allineandosi alla verticalità del cielo, sentendo la forza delle nostre braccia aperte alla relazione col mondo intorno: anche questa è meditazione, una meditazione contemplativa.


dott. Carlo Robustelli

Siamo custodi, non padroni del corpo

È importante ricordare, e a maggior ragione quando siamo calati nell’esperienza di una pratica fisico-spirituale come quella yogica, che noi custodiamo – nel senso di “averne cura” – e non “possediamo” – nel senso di averne pieno dominio – un corpo vivente.

Ogni giorno ci nutriamo e manteniamo, ma spesso trascuriamo e non trattiamo bene la nostra corporeità, salvo poi accorgercene solo nel suo aspetto problematico del dolore e della malattia.

Ma custodire implica una responsabilità, nell’uso e nella considerazione del corpo e quindi della vita come dono, che presuppone la consapevolezza di un’origine che ci precede e considera la posterità che la segue.

Siamo infatti eredi di un mondo che a nostra volta lasceremo in eredità, e il corpo fa parte della realtà vivente: nel suo presente riunisce il passato e il futuro.

Prendersi la responsabilità di sé stessi è la cosa più difficile della vita, ma la difficoltà non si traduce con l’impossibilità che questo possa gradualmente avvenire.

E la profonda comprensione da cui muove questa possibilità di una “responsabilità limitata” su noi stessi è in diretta relazione al concetto di custodia.

Mi spiego meglio: il dominio, la padronanza hanno come conseguenza la “solitudine e l’isolamento dei numeri primi” e non solo questo; anche la profonda angoscia di questa responsabilità. Mentre il prendersi cura, il vegliare e non solo sorvegliare noi stessi come un padrone esigente, come un gendarme che teme insubordinazioni e rivolte da quella parte che non riesce completamente a dominare e gli fa paura, rivela una conoscenza di noi stessi proprio a partire dai limiti.

La “coesistenza pacifica” con le nostre fragilità qui non è da interpretare come un atteggiamento remissivo e rassegnato: al contrario è una continua ricerca e adeguamento, nell’approssimarsi ad un EQUILIBRIO INSTABILE, eppure EQUILIBRIO.

Ma il custodire implica pure la conoscenza di ciò che custodiamo, e insieme un’amorevole cura per quello che abbiamo conosciuto e quello che ancora ci sfugge.

La custodia non consuma. Usa e valorizza, e al contempo ci mette al riparo dall’usura dell’abuso e dalla decadenza della trascuratezza.

Questa AMOREVOLE CURA non è conseguenza del valore dato dal possesso, ma deriva dall’amore per la conoscenza della “cosa” come vissuto.

Ma avere cura implica un’attenzione costante, il risveglio e l’esercizio di una sensibilità che non è mai data una volta per tutte, che ci tiene al riparo dalla “distanza” (siamo ignoti a noi stessi) e dalla “trascuratezza” che ci abbandona ad una rendita illusoria che si perde nella nostra totale dimenticanza (nella tentazione dell’oblio di sé stessi).

Parlo del continuo sforzo a cui ci sottoponiamo ogni giorno per non fare la fatica del cambiamento;

parlo del non voler fare alcuna fatica, senza considerarne le conseguenze devastanti a livello psico-fisico e spirituale.

Ancora una volta allora è necessario trovare una misura, ma la misura della custodia è ben diversa da quella del dominio: in mezzo c’è la grande illusione dell’autodeterminazione che si traduce nella vita, nella “routine” esistenziale e nella ripetizione vuota e banale della chiacchera in terza persona del “si dice, si vive e si muore”.

Un muro invisibile che all’inizio ci tiene al riparo, ma finisce coll’imprigionarci in un CONTINUO NON VISSUTO invece di aprirci all’imprevedibilità e meraviglia di un VISSUTO CONTINUO.


dott. Carlo Robustelli

Una visione del mondo

La nostra VISIONE DEL MONDO è sostanzialmente un modo di “vedere” la realtà, ma è soprattutto un modo di “guardarla”, uno schema reattivo rispetto a ciò che andremo a percepire, che cerca di controllare nell’esperienza il suo aspetto imponderabile.

Anche nell’approccio al corpo dal punto di vista dell’esperienza dello yoga, la fisiologia ha sempre a che fare con una cosmologia: la cosmologia è una visione organica, un ordine che di volta in volta appare all’interno della dimensione percettiva.

Non parliamo in questo contesto di una visione a-priori, che condizionerebbe irrimediabilmente il nostro vissuto, ma della possibilità di sperimentare nella pratica, “l’accorgersi” come fenomeno intuitivo e personale.

E’ necessario anzitutto constatare se è davvero possibile uscire dal nostro “schema percettivo ordinario”, da quella visione pre-confezionata, che applichiamo costantemente alla realtà. Quindi quella che chiamiamo in questo contesto cosmologia, è piuttosto un COSMOVISIONE, che nasce da un sapere appreso non ontologicamente, dall’esterno, dai libri, da una visione altrui, ma dalla nostra esperienza diretta onticamente, come sentire e presa di coscienza, sperimentati in prima persona.

È una sorta di INTUIZIONE EIDETICA, quell’intuizione che scorge qualcosa nel presente, uno spazio che rende finalmente abitabile il qui e ora.

È una CONOSCENZA CHIARA E DISTINTA, ma intuitiva, che rinnova quello che osserva “… di istante presente in istante presente” (Yogasutra di Patanjali).

Non abbiamo a che fare con un’idea che sorregge un sistema, con un postulato della nostra struttura logica: qui parliamo della possibilità di una “conoscenza istantanea”, che annulla ogni concetto e misurazione, irripetibile e irriproducibile nella stessa modalità in cui l’abbiamo compresa.

Parliamo della condizione in cui accediamo ad una conoscenza autentica, unica, irripetibile, che passa attraverso l’ascolto di noi stessi e ci permette di ascoltare il mondo.

La dimensione percettiva riattivata ci permette di aprirci ad una diversa coscienza della vita, dove la distanza e la vicinanza appartengono al nostro sentire, non sono oggettive e impersonali: la misura delle cose la scopriamo dentro di noi, in relazione a ciò che sta fuori.

A livello fisiologico entriamo in una FISIOVISIONE in cui la corporeità non è più una metafora meccanica, ma visione poietica-creativa, che pulsa ad ogni istante nella sua vitalità.

Così scopriamo che il “come siamo”, si apre e interroga simultaneamente il “chi siamo”. La nostra destinazione determina la direzione e il senso del viaggio, distinguendo in questo caso la destinazione dalla meta, perché qualcosa della prima lo scorgiamo già nel cammino.


dott. Carlo Robustelli

In difesa dello Yoga!

YOGA E CUCINA – YOGADANZA – YOGA CON GLI SCARPONI, ECC…

Sempre più frequentemente leggiamo sulla stampa nazionale titoli che abbinano lo yoga e… lo yoga a… qualcosa, come se da solo questo non fosse più così interessante.

Generalmente viene usata la congiunzione ‘e’, o un aggettivo con un significato rafforzativo o esplicativo sempre accattivante, come se lo yoga fosse pronto a soddisfare un nostro bisogno non ancora esplorato ma che diventa urgente visto che ora ci viene dato modo di soddisfarlo.

E così in modo sottile e quasi impercettibile, non ci aspettiamo ormai più semplicemente il termine yoga da solo, yoga e basta, come se lo conoscessimo già, il termine diviene noto e non ci stimola alcun interesse di per sé se non viene declinato nei suoi aspetti ed effetti specifici (e speciali) di volta in volta esposti.

Ma il problema non è solo nominale, esso è più profondo di quanto appare a prima vista: non è certo un semplice interesse didascalico divulgativo che ha portato a tutto questo, piuttosto a mio parere tutto ciò risponde ad un’esigenza di mercato che ha bisogno come le mode di rinnovarsi nell’offerta se non vuole scomparire nel dimenticatoio.

Mi spiego meglio. Il fatto di abbinare costantemente lo yoga a qualcos’altro non è certo necessario: al contrario rappresenta una dimensione accessoria, ma l’accessorio oggi diventa necessario se vogliamo vendere una merce; UNA MERCE, LO YOGA, per la quale bisogna costantemente alimentare l’interesse, e fino a qui se ne potrebbe ancora discutere, se non fosse che in questa ricerca continua di novità arriviamo progressivamente a BANALIZZARE LO YOGA svuotandolo di significato e confondendolo con tutte le altre proposte sotto la VOCE: “BENESSERE”.

Filosoficamente, senza paura di usare un linguaggio troppo “pesante”, qui ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire una BESTEMMIA ONTOLOGICA, e cioè ad un grado di DISSACRAZIONE dello yoga in sé, che ne deforma ed altera totalmente i contorni e i contenuti.

Questo è un problema serio, deve essere un problema serio, soprattutto per chi si trova come noi oggi ad insegnare e condividere questa pratica millenaria, cercando di attualizzarla senza però snaturarne il messaggio originario.

È il problema della STRUMENTALITÀ e dell’uso dello STRUMENTO: non è un problema che riguarda solo lo yoga. Questo vuol dire comprendere che ogni strumento, compreso quello dello yoga quindi, ha un’efficacia ed un valore diverso che dipende principalmente da chi lo usa. E quindi dall’onestà, oltre che dalla capacità tecnica e dalla competenza, di chi lo insegna e chi lo pratica.

Quello che più addolora e delude è il vedere che nessuno dice niente, nessuna delle Associazioni di settore, nessuno dei nomi noti al pubblico esprime un’ opinione al riguardo, come in una sorta di tacere complice in nome del facile accomodamento o di un’eburnea supponenza.

Personalmente sento l’importanza di dover dire qualcosa in difesa dello yoga, per quello che è per me, e le persone con cui condivido quotidianamente questa esperienza, perché non è vero che questo si difende da solo in quanto esso è solo una pratica oltre che una filosofia, il cui valore è nella realtà del modo in cui viene praticata e nei fini che si prefigge, piuttosto che NELL’ESEGESI DI UNA DOTTRINA SCRITTA E IMMUTABILE.

Lo yoga è una filosofia pratica vitale, in continuo fruire e quindi a maggior ragione dipende da chi la testimonia praticandola, e allora bisogna avere il coraggio di distinguerla da quello che non è.

Questo non può essere certo un compito facile, ma è tuttavia necessario, ed è auspicabile che possa nascere un dibattito al riguardo anche di larga portata in cui si possano confrontare le diverse posizioni.

Per il momento vi invito a diffidare di tutto quello che fa dello YOGA una PROPOSTA RIDONDANTE, spettacolare, inedita perché “…è nel gusto per lo straordinario che si nasconde la mediocrità” come diceva Chateaubriand, perché nel tentativo di attirare SUBITO la vostra attenzione qualcosa di sostanziale viene perduto, perché è bene ricordarlo, la verità si rivela nella profondità, non nell’immediatezza della prima impressione.


dott. Carlo Robustelli

Una vita nuova

La RIVOLUZIONE di oggi non sta più nel cambiamento, ma nella continua ACCELLERAZIONE, che riduce il nostro presente all’impossibilità di un TEMPO COMPIUTO.

E allora il tempo diviene la negazione del momento di soddisfazione che si dilaziona costantemente esplodendo in possibilità moltiplicata, ma rimanendo sostanzialmente INCOMPIUTO, e non completamente vissuto.

È una dimensione questa in cui tutto si contrae, il tempo stringe, lo spazio stringe, e solo l’evasione sembra una soluzione accessibile.

Questa IMPOTENZA di occupare il presente accettando la sua limitatezza e transitorietà, ma vivendolo con serena consapevolezza, nel nostro quotidiano si trasforma nella POSSIBILITÀ che non si manifesta, incatenandoci nel “come se” del nostro desiderio. Come se ciò che vogliamo non si fosse ancora realizzato, ma solo a causa della nostra libera intenzione di realizzarlo che è rimasta sospesa, malcelando così i limiti e la paura del fallimento.

L’illusione del tutto e subito non accetta di adeguarsi alla realtà contingente in attesa, con pazienza di costruire negli spazi che abbiamo in vista di una realizzazione; al contrario ritiene questo atteggiamento da deboli, da perdenti, rifuggendone costantemente.

È la nostra incapacità di contenere il bisogno che ci proietta nell’illusione della sua immediata realizzazione.

E la promessa di una soddisfazione prossima-futura, ci priva del tempo dell’attesa come metabolizzazione della non riuscita, producendo un A-VENIRE che necessariamente deve essere, non può non essere se non al costo di mutarsi in uno spazio vuoto inabitabile.

Ma solo resistere alla non realizzazione contingente ci permette la realizzazione futura: dobbiamo accettare il rischio della sconfitta se accettiamo il combattimento.

La sconfitta allora ci può insegnare e non è più una disfatta irreparabile e anche il combattimento si trasforma in un rituale dal valore iniziatico.

La visione odierna del futuro ci propone ancora apparentemente un progresso rivoluzionario: ma in realtà questo è un progresso conservatore; anzi, alle volte reazionario nella sua manifestazione.

Reazionario in quanto ci tiene saldamente al di qua delle nostre paure, indebolendoci e rendendo impossibile un’evoluzione verso l’imprevisto come veramente nuovo. Non è un caso il successo ed il moltiplicarsi dei sondaggi e dell’attenzione alla previsione del tempo e degli eventi futuri, ma in realtà è solamente il passato l’unica garanzia a cui attaccarsi, nel suo indice di ricorrenza come proiezione futura.

Si percepisce così un tempo già noto, l’effetto del già visto, che ci rende indifferenti agli eventi che nella loro realtà ci rimangono sconosciuti.

ABITARE IL TEMPO PRIMA DEL TEMPO CI CONDANNA AD UN PRESENTE DISABITATO.

Se non si abbandona il passato ed il presente con un atteggiamento di non-attaccamento vitale – che non vuole dire di distacco, quindi – si corre il rischio di riproporli all’infinito impedendoci non solo la nostra dimensione storica dello scorrere dei giorni sempre uguali che rimangono bloccati nel rimpianto del non vissuto, ma anche la nostra dimensione meta-storica spirituale.

Il passare del tempo in quanto tale e senza rinnovamento porta solo alla ripetizione sempre più asfittica ed insignificante; ma il rinnovamento ha il costo di accettare la fine.

La fine che diviene un nuovo inizio: ma prima della fine c’è quello stato di imponderabilità in cui possiamo solamente affidarci ed aspettare con coraggio e trepidazione.

Questo attraversare la fine opera in noi un passaggio di stato qualitativo come un “SALTO”, una trasmutazione del nostro vissuto.

Se è vero che l’essere umano è sostanzialmente un essere storico, allora la sua storia è si un procedere, ma un procedere che contiene anche un avanzare di ritorno, come nel linguaggio marinaresco.

Ritorno all’Uno, ritorno all’essenziale, ritorno “a quello che era il mio volto prima della nascita”, come dice poeticamente il buddismo; ma nello stesso tempo poter scorgere un volto che emerge oltre le nebbie del nulla del futuro. E quel volto è un Volto amico, che ci può accogliere alla fine del cammino e ci sostiene ad ogni passo.

Rivoluzione è incontrare nel tempo l’eterna novità, che solo nel tempo possiamo cogliere come evento. È solo nel tempo che cogliamo un’altra dimensione del tempo, quella che magistralmente R. Panikkar chiamava TEMPITERNITÀ.

Allora scopriamo che l’avvenire – il “SOLE DELL’AVVENIRE” – è la semplice consapevolezza di poter trovare nella nostra esistenza uno spazio in cui finalmente possiamo accorgerci della sua luce che ci riscalda.

Ogni rinascita è rivoluzionaria, ma la rivoluzione di per sé non rappresenta una rinascita.


dott. Carlo Robustelli

L’apertura, come condivisione di conoscenza, lo scambio, come condizione vitale

Nel nostro modo di respirare riconosciamo la nostra prima, essenziale e vitale relazione di scambio.

Scambio e apertura verso l’esterno e dall’esterno verso il nostro interno.

In questa alternanza interno-esterno si crea quella corrispondenza reciproca che possiamo chiamare allargare lo spazio, non solo del volume d’aria dentro di noi, ma anche lo spazio vitale che riusciamo ad occupare senza essere necessitati dal bisogno di riempirci o di svuotarci, come sospesi in un’estensione continua e libera, che anticipa e segue la necessità del gesto respiratorio.

L’APERTURA, come disponibilità a farci attraversare dal respiro, è quindi una condizione di esistenza prima di essere poi una condizione di conoscenza, ma nel nostro modo di respirare conoscenza ed esistenza si connettono direttamente e reciprocamente ad ogni istante respiratorio.

Ma ogni relazione equilibrata contiene un cedere-prendere, ed è in questo SCAMBIO che possiamo di volta in volta esplorare e trovare la giusta misura.

La giusta misura diviene quindi l’orientamento stesso della ricerca e il modo dello scambio: questo è PRANAYAMA, questo cammino di conoscenza è la via del respiro.


dott. Carlo Robustelli

La libera scelta del SILENZIO

La libera scelta di stare in silenzio è il primo passo per porsi in ascolto, è la pre-condizione della MEDITAZIONE.

È un’estensione del fare: fare rumore, fare qualcosa, fare parola.

Una libera scelta è quella scelta priva di un fine prestabilito; il silenzio di cui stiamo parlando non è un tacere in vista di ottenere qualcosa, né un silenzio ricattatorio come fine della comunicazione, ma è un atteggiamento che non è mai definitivo, ma si mantiene e si regola attimo dopo attimo consapevolmente.

Il “QUI e ORA” di cui spesso si parla, che evoca la possibilità di una diversa presenza e di un diverso ascolto di sé, nella pratica parte da quel momento in cui scegliamo di smettere di sovrapporre rumore al rumore, nella speranza di cancellare quel disturbo di fondo che ci insegue sempre.

È questo il momento in cui decidiamo che possiamo rimanere col rumore dei nostri pensieri, ed è allora, solo allora, che possiamo finalmente lasciare emergere in noi il silenzio.

Ora il silenzio è un rumore che dilegua, che non è necessariamente un’assenza di per sé, ma qualcosa che comprende anche il rumore e ne partecipa armonizzandosi ad esso, come avviene nella pausa silenziosa della musica, nella punteggiatura, nel dialogo.

È lo spazio vuoto, la sospensione, ciò che determina principalmente il ritmo vitale, come lo definisce Platone: “…il ritmo è l’ordine dell’universo”, un ordine che comprende anche il vuoto, l’assenza, il silenzio.

Quel RITMO è il movimento che andiamo a cogliere e a produrre nella pratica, che parte sempre dall’ascolto del ritmo respiratorio nella sua costante dinamica; è la pulsazione interna del nostro battito alla quale adattiamo le nostre emozioni e allineiamo i nostri pensieri.

Ma il silenzio è anche il limite del dire, il limite del dicibile, del nominabile. È la porta per accedere all’abisso insondabile del Mistero dell’esistenza che emerge come da un mare invisibile, come la traccia di quello che era e la possibilità di quello che sarà.

Ci mettiamo seduti immobili senza parlare, ed ora mentre meditiamo si crea in noi uno spazio armonioso che possiamo occupare senza timore, in una quiete dinamica che ci pacifica e ci rinnova.

Adesso il silenzio non è più solo la condizione vuota di un’assenza, ma si trasforma nella pre-condizione di una presenza, presenza fatta di ascolto e di attenzione, che non separa selettivamente ma accoglie, che integra senza escludere ciò che sentiamo ci sta attraversando.

Quel rumore che dilegua, quel distinguere per riconoscere, e comprendere l’indistinto che sa qualcosa di ogni sua parte distintamente, lo possiamo chiamare MEDITAZIONE.

Allora meditare è sostare sulla soglia del silenzio, attraversando il limite, dove il limite diviene SOGLIA DI COSCIENZA da attraversare, per andare oltre.


dott. Carlo Robustelli